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Hunter S.Thompson - Paura e disgusto a Las Vegas (Bompiani)
"I geni del mondo si tengono per mano e un solo segno di riconoscimento basta a fare tutto il girotondo" Art Linkletter La definizione di "Divina Commedia alla Mescalina" risulta un tantino esagerata (comunque in linea con lo spirito di "oversize", che domina tutta l’opera), ma comunque questo è un libro che vale il suo prezzo. Lo vale, anche e soprattutto perché corredato di una "piccola enciclopedia psichedelica" con 200 voci che aiuta il lettore a "viaggiare" dentro e fuori l’opera di Hunter S.Thompson. Perché di pura letteratura on the road si tratta, pur prendendo lo spunto da un’urgenza giornalistica, quale il reportage commissionato da una fantomatica rivista al protagonista sulla Mint 400, mitica corsa di moto e dune buggies organizzata dal solito eccentrico miliardario. Da qui si parte per addentrarsi nel sogno americano, che presto mostra i suoi connotati da incubo. E’un viaggio allucinante ed allucinatorio, realmente avvenuto nel 1971, dentro paradisi perduti (forse mai esistiti) e inferni privati, ambientato nella città che più incarna lo sfarfallio effimero delle fortune americane: Las Vegas. Di più non vogliamo raccontarvi, per non privarvi del piacere di leggere la storia, assaporandola piano piano. Diciamo soltanto che si tratta di un racconto lungo (o romanzo breve) che ripercorre le stesse orme di Kerouac, su strade meno polverose e più asfaltate delle sue, ma comunque ugualmente conducenti al Nulla, o al Tutto, il che è lo stesso. Un libro intriso di musica rock e dominato da due anthem anni Settanta come "Sympathy for The Devil" degli Stones o "Stuck inside of Mobile with the Memphis Blues Again"di Dylan, che ben riflettono il senso di "paura e disgusto" del protagonista, alle prese con pasticche, cocktail micidiali di droga e alcool, Cadillac dalle pinne di squalo, avvocati samoani, bellezze da bar, autostoppisti timidi, poliziotti senza morale. E, soprattutto se stesso, e le sue riflessioni amarognole sul significato della vita, il giornalismo, la cultura dello sballo. Uscito in Italia nella pressoché totale indifferenza nel 1978, ora rivalutato grazie alla benedizione di Fernanda Pivano (una che di letteratura americana se ne intende) in una nuova traduzione di Sandro Veronesi, il libro di Thompson riprende quota grazie anche all’enciclopedia con cui un lotto di agguerriti scrittori, giornalisti, registi e ricercatori degli anni Settanta (grandi Veronesi, Edoardo Albinati, Antonio Lo Turco, Edoardo Nesi e Marco Tullio Giordana, ma si doveva proprio riconvocare Gianni Minà, al quale si deve infatti una delle note più autocelebrative e declamatorie su - c’era bisogno di dirlo? - Muhammad Alì) aiuta ad esplorare i molteplici riferimenti di cui è intrisa l’opera di Thompson. Un ricco glossario che si legge come un libro nel libro e fa venirne voglia di cercarne altri (come The Electric Kool Aid Acid Test di Tom Wolfe, The Family di Ed Sanders su Charlie Manson o l’opera omnia di Thomas Pynchon). Proprio come se il punto di arrivo del documentarista Thompson (autore che meriterebbe altre traduzioni) fosse il punto di partenza per altri libri, altre storie, altri sogni e incubi americani. paolo redaelli |
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