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Intervista a José Luis Sampedro


In un mondo dove bisogna essere giovani, giovanissimi per avere qualche speranza di essere notati, uno scrittore come José Luis Sampedro rischia di passare ingiustamente inosservato. Ed è un grsso errore perché dall'alto dell'esperienza dei suoi ottanta anni (è infatti del 1917) José Luis Sampedro è uno scrittore dal gusto antico, che ama i personaggi e le storie prima degli effettacci e del clamore, i legami e i valori piuttosto delle iperboli e delle banalità televisive.
Il Sorriso Etrusco (Il Saggiatore) è un libro dall'andamento semplice, squisitamente romantico, ma con un fondo di verità e di bellezza davvero disarmante. La storia è tutta qua: Salvatore (nome di battaglia: Bruno) è un contadino calabrese, ex partigiano (anche se quell'ex gli va un po' stretto) che, colpito da una grave malattia, si lascia convincere a farsi curare a Milano, praticamente un altro mondo. E' qui che conoscerà per la prima volta il nipotino, che si scontrerà con la vita metropolitana e che troverà l'amore. Ma, lasciate dire a José Luis Sampedro, cosa ne pensa in prima persona.


Perché ha scelto l'Italia, quale ambientazione de Il Sorriso Etrusco ?

Ho scelto l'Italia perché il vecchio doveva essere qualcuno che ha vissuto e partecipato alla guerra. Se avessi ambientato il romanzo in Spagna avrei dovuto parlare della guerra civile e, dato che l'ho vissuta in prima persona, non voglio parlarne. E poi sarebbe stato un po' troppo vecchio.
In più, i miei lettori spagnoli avrebbero avuto sicuramente da ridire se uno spagnolo del sud, un andaluso, si fosse recato a Barcellona. E poi l'Italia ha un tocco di esotismo che piace in Spagna. Milano è la tipica città industriale che serve da contrasto alla cultura contadina del protagonista.


Il romanzo mi sembra si sviluppi attorno a tre generazioni, quella del nonno, del padre e del figlio e nipote.
Stiamo vivendo un'accelerazione molto forte e intensa, dovuta soprattutto ai cambiamenti tecnologici che fa sì che le distanze tra le generazioni sono maggiori di quanto non fossero in passato. Quindi, i figli non devono più soppiantare i padri, c'è un legame più diretto tra le generazioni.


C'è un episodio particolarmente curioso, quando Salvatore/Bruno diventa una sorta di relatore all'interno dell'università.
Volevo evidenziare la differenza tra la cultura del libro e la cultura della vita. Salvatore/Bruno rappresenta la cultura viva, la tradizione orale mentre l'università è chiaramente l'accademia.
Ho riversato molto affetto nelle scene ambientate nell'università perché essendo un professore universitario ho voluto metterci un po' di ironia, per sorridere un po' sull'università. Alla fine, però, bisogna notare che il professore e Salvatore/Bruno riescono a capirsi, soprattutto quando quest'ultimo gli dice che la verità è tutta nel bambino, il suo nipote.


Le figure femminili sono determinanti ne Il Sorriso Etrusco, anche se il protagonista e la maggioranza dei personaggi sono figure maschili.
Io volevo che Salvatore/Bruno, un personaggio tutto d'un pezzo, soprattutto senza dubbi, volevo dargli qualche dubbio per renderlo più umano. I dubbi nascono soprattutto dal rapporto con il bambino e Ortensia, che comunque conosce proprio attraverso il bambino. La donna, la dimensione femminile, sono una scoperta anche per Salvatore/Bruno.


L'altro punto di riferimento è il cibo, attorno al quale si sviluppano episodi divertenti, ma significativi.
Qualcuno dice che siamo ciò che mangiamo e comunque c'è un rapporto tra cibo e essere umano, basta pensare alle religioni, dove l'atto del mangiare diventa un momento di comunicazione tra il nostro interno e l'esterno.


Non ha mai pensato di dare a Il Sorriso Etrusco un finale meno drammatico?
Mentre scrivo un romanzo, di solito, non lo leggo mai a nessuno. Per questo ho fatto un'eccezione perché lo leggevo a mia moglie, che mi diceva di trovare qualche altra soluzione per il finale.
Ma quale altre soluzione poteva esserci? Questa è l'unica perché la morte del protagonista, che è una morte bellissima, perché entra nella morte da trionfatore, con tutti i suoi nemici, e con il nipote che lo chiama nonno. La morte poi, per la cultura che esprime Salvatore, la morte è una componente essenziale della vita.


Potrebbe anche essere una metafora, Il Sorriso Etrusco?
Ci sono sempre diversi livelli di interpretazione davanti ad un romanzo; Spesso i lettori trovano qualcosa che io non pensavo di aver scritto, in realtà vado a riguardarmi il libro e penso che si può vedere quello che hanno visto loro.

marco denti



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