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Intervista a Dzevad Karahasan Nato nel 1953 a Duvno, nella Bosnia-Erzegovina, drammaturgo e insegnante, Dzevad Karahasan ha raccontato ne Il Centro Del Mondo (Il Saggiatore, 1995 e prossima ristampa EST) la vita, le speranze, gli incubi di Sarajevo. Un libro che spiega cosa vuol dire cultura, senza mezzi termini. Il Divano Orientale (uscito da poco anche in Italia per Il Saggiatore) mescolando storia e fiction riporta il problema al centro dell'attenzione perché narra la civiltà musulmana come se fosse quella occidentale che si riflette in uno specchio deforme. Parliamo con lui del suo libro, del suo lavoro di scrittore e del futuro di Serajevo Ne Il Divano Orientale, i tre personaggi sembrano collegati l'uno all'altro da un'immagine di dio, o comunque da una visione. E' vero. Al-Muqafa cerca dio, ha tremendamente bisogno di dio. Al-Muqafa ha bisogno di sapere che questo dio esiste ed è uno. Al-Allag desidera, sogna l'unità mistica con dio. E' un dato di fatto storico che Al-Allag è stato condannato per essersi autonominato dio, verità. Tauhidi avverte che non c'è più questa osservazione con dio. Sogna un'esistenza e una presenza di ciò che è essenziale. A tratti sembra che i personaggi abbiano preso la mano, dettando le condizioni della storia. Ci sono molti dettagli, a riprova. E' una questione molto importante, questa. Difficilmente si può ricevere un complimento migliore. Io sono un platonico: quindi penso che non esista la conoscenza, cerco incessantemente il dialogo. Nei miei libri non c'è nemmeno una frase che esprimo io. Ogni frase, anche quella che non è espressione diretta dei personaggi, arriva dallo spirito di uno dei personaggi. Ogni mia frase, prima di essere scritta, è stata detta. Io appartengo a quella specie di scrittori arcaici che cercano di nascondersi, di sparire dietro i loro personaggi. Il mio sogno è che i libri escano senza il nome dell'autore. Io, rispetto ai miei personaggi, ho un solo vantaggio, che è il controllo dell'insieme. Io so che aspetto ha la casa, ma tutto quello che si manifesta all'interno della casa è guardato con gli occhi dei personaggi. E io non so nulla più di loro, vedo soltanto quello che vedono loro. La scrittura sembra uno strumento di comunicazione, prima di tutto. Sì, come mezzo di riconoscimento, di autoarticolazione, di dimostrazione di se stessi e della propria identità. Io dico questo e quello in questo modo e questo dimostra che io sono così e così. Dimostra la mia identità e prova la mia stessa esistenza. Tutti loro scrivono ossessivamente e quelli che non scrivono parlano incessantemente. Perché la scrittura e la parola sono entrambe forme essenziali forme di comunicazione e la comunicazione è uno dei modi fondamentali per costruire la propria identità. Io sono io perché tu sei tu, ma senza di me tu non esisti e senza di te io non esisto. Per esempio, sul palco, a teatro, tutto quello che viene detto deve essere rivolto precisamente a questo e a quello. Anche il monologo è un discorso nell'assenza dell'altro. Secondariamente, non bisogna dimenticare che in tutte le religioni dio si manifesta attraversa la parola, non con le immagini o con il comportamento. Questo loro essere ossessionati dalla parola è come un tirarsi per la lingua per dimostrare la propria esistenza e devo dire che hanno ragione. E' un'esperienza che ho vissuto direttamente durante la guerra, a Sarajevo. Prima di questa esperienza io dicevo sempre, in modo un po' manieristico, che Sheradazade è il modello dello scrittore, l'archetipo dello scrittore. Esteticamente è tutto molto bello e poi, all'improvviso, ti accorgi che è assolutamente vero e che la parola è l'unica cosa, l'unica, che dimostra l'esistenza, la propria esistenza. La nostra parola e quella degli altri. Questa è un'ipotesi molto diffusa: anche tra scrittori di origini culturali estremamente diverse si pensa che la cultura orale tornerà ad essere prioritaria. Purtroppo sono d'accordo. Da questo punto di vista i miei personaggi sono anacronistici perché scrivono tutti. E' vero che la cultura occidentale sta tornando a forme di comunicazione orale. Da un certo punto di vista questo è naturale perché l'uomo occidentale è costretto a difendersi in maniera ossessiva, direi maniacale, dalla propria solitudine. Leggere, la parola scritta, presuppone una solitudine nobile ed aristocratica, una calma interiore che nell'occidente si è persa da tempo. Oggi, nell'occidente non si è più soli. Da nessuna parte si è più soli. Nemmeno in bagno, nemmeno lì. Si piscia collettivamente, però siamo sempre più soli. Non c'è più dio, il matrimonio è diventato un rapporto di lavoro, non c'è più amore, non c'è più nulla. L'unica difesa da questa solitudine o come direbbe Heidegger da questo abbandono, è la comunicazione diretta, che vuol dire: "Ci sono, sono qui". Non sono d'accordo sul fatto che i personaggi siano anacronistici: ancora oggi, lo strumento principale è la scrittura, basta pensare al computer: oggi scrivono tutti, forse si scrive male. Sì, è vero. E' vero che la presenza delle lettere è importante. E' un aspetto che tendo a lasciarmi sfuggire. Ne Il Centro Del Mondo c'è un momento toccante quando vi incontrate con l'inviato francese, e non riuscite a dialogare. Di fatto è molto semplice e per me è estremamente importante. Quello che vorrei che si capisse è che io non avevo intenzioni negative rispetto al mio interlocutore. Quello che per me è importante, è la differenza tra lo sguardo dentro e quello fuori, tra interno ed esterno. Forse con questo testo ho cercato di creare una frontiera tra Sarajevo e il mondo esterno. Arriva un uomo normale, dal mondo normale e chiede di questioni umane normali. Freddo, fame: questo è lo sguardo dall'esterno, potremmo dire la normalità dell'uomo. Lui non ha né può avere la mia prospettiva dall'interno. Io che guardo soltanto dall'interno, ho completamente dimenticato la normalità. Uno sguardo normale, una persona normale. A me sta a cuore la salvezza di questa mescolanza culturale, perché so che io sto così male solo perché vivo a Sarajevo, perché i regimi di Belgrado e di Zagabria devono distruggere Sarajevo per rimanere in vita e quindi per questo io dico: il problema è salvare Sarajevo perché se si salva Sarajevo, anch'io starò meglio. E questa conversazione procede ed a un certo punto mi rendo conto che tutti e due siamo tremendamente ridicoli perché non riusciamo ad incontrarci. Lui guarda dalla sua pelle e gli interessano soltanto quelle questioni e io che lo guardo solo dall'altro punto di vista ed è come nella caverna di Platone: non riusciamo ad incontrarci, dentro e fuori restano distanti, separati perché non ci vediamo interi. E ci siamo trovati con le migliori intenzioni. Ritengo Il Centro Del Mondo la migliore testimonianza arrivata da Sarajevo, dalla guerra, e forse anche un monito significativo. Sì, e mi spiego: io sono musulmano, ma ho studiato dai francescani, e per finire, la tradizione ebraica è qualcosa che mi è molto vicino. Quindi, dove andare, dove mi sento a casa? La questione essenziale è stata sempre quella. Sarajevo, con la sua multirazzialità, le sue culture sembrava una proiezione del futuro, prima della guerra. Io spero vivamente che l'Europa non perda Sarajevo. L''unica intervista che ho rilasciato prima della guerra è uscita con un titolo molto coraggioso: "Questo sarà un paese felice". Pensavo che, con l'avvento dell'Europa, nazionalismi e sciovinismi fossero rimasti senza forze, e che l'Europa si sarebbe riconosciuta nella Bosnia, che si sarebbe andati alla ricerca del melting pot, dell'incontro delle culture. Invece ecco arrivare questi pseudonazionalismi, assolutamente kitsch e anacronistici e la mia profezia è stata smentita cinicamente. Hanno voluto riscrivere la storia, e abbiamo visto tutti cosa è successo. a cura di Marco Denti |
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