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JOHN FANTE, La Grande Fame (Marcos Y Marcos)


Compralo su Internetbookshop Premessa: diffidiamo dei postumi. Se un autore ha deciso di lasciare nel cassetto almeno parte della sua produzione, avrà avuto i suoi buoni motivi: negli inediti, spesso, si trovano aborti ed abbozzi. Molto meno spesso, capolavori. L'inedito postumo è, spesso e dannatamente, cosa da feticisti e non da buongustai. Questa è una convinzione maturata negli anni, a furia di delusioni, talvolta cocenti.
Ecco perché appena preso in mano "La grande fame" (postumo di John Fante "assemblato" da Stephen Cooper, suo biografo ufficiale), temevo ciò che vi avrei trovato. Le perplessità, nel caso, finiscono dopo il primo racconto: "Mi scompiscio, Dibber Lannon", una perfetta divagazione in stile fantesco sul grande tema "Arturo Bandini". Da qui si capisce che "La grande fame" deve essere giudicato per quello che è, un libro di racconti estremamente eterogeneo e - forse anche grazie a questo - ancora più efficace. La scaletta è galeotta il suo: la saga di Arturo Bandini corre come un filo rosso che lega anche queste vicende, riuscendo a definire l'essenza di un microcosmo fatto di lucida ironia, disperazione, senso di giovanilistica ribellione, un pizzico di autocompiacimento. Al di là della prefazione a "Chiedi alla polvere" (che pure è un momento di poesia minimale di altissimo livello - grazie anche alla traduzione estremamente efficace di Francesco Durante), climax della raccolta sono: "La madre di Jackie", "Quella donnaccia", "Il valenti domato", "La grande fame", piccolo-enorme affresco che dovrebbe essere stampato sui libri di psicologia dell'età evolutiva. Da avere assolutamente, per gli affezionati, di cui rappresenta la piccola pasticceria dopo un pranzo abbondante già consumato con le altre tappe editoriali. Per gli altri: un gran bel modo di avvicinarsi a John Fante, uno splendido aperitivo.

giulio divo



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