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IAN MC EWAN, Amsterdam (Einaudi)
Lodato, lodatissimo Mc Ewan, appena un anno dopo il celebrato "L'amore fatale" diede alle stampe "Amsterdam",
quello che doveva essere - nelle intenzioni- il suo "delitto e castigo". "Amsterdam", già al momento dell'uscita,
era stato subito bollato con le stimmate del capolavoro. Uno dei tanti, a sentire i sostenitori di Mc Ewan.
Il libro, ahinoi, è invece francamente brutto, pretestuoso, noioso il suo e decisamente presupponente. Il dilemma morale che dovrebbe accompagnare Clive e Vernon (due amici, un giornalista e un musicista alle prese con scabrose vicende "en travestì") è in realtà acqua di rose del pensiero. Vicenda che avrebbe potuto scandalizzare in epoca vittoriana, ma - nella realtà del quotidiano - già strasuperata, metabolizzata, digerita. Approfondimento psicologico prossimo allo zero (dopo mezz'ora dalla fine del libro ci si dimentica chi sia chi - che sia voluto? è un'opzione: la meno credibile) e soprattutto tanta noia e prosa scolastica fino al più scontato degli epiloghi. Trascurabile. giulio divo |
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