JOE GIOVANARDI
Nel segno de La Crus





la Crus di melissa mattiussi

22 gennaio 2004. Backstage della festa della Tuborg, all'Alcatraz di Milano.
Se ne sta accovacciato sulla sedia del camerino, come un timoroso abitante del bosco, che non sa in quale dimensione sta vertendo la propria esistenza. Mauro Giovanardi (Joe), il cantante dei milanesi La Crus, non ha certo paura di me e delle domande che gli porrò. Scoprirò, con il passare delle sue parole, che si trova in un momento particolare della sua vita, di cui mi sembra rispettoso mantenere il riserbo. E allora iniziamo una bella chiacchierata; l'atmosfera è quasi come quella tra due amici che non si vedevano da tempo.

Il nome La Crus viene dal fatto che siete particolarmente credenti?
La Crus, in dialetto milanese, significa infatti "La Croce". Siamo sempre stati affascinati dall'immaginario religioso e, tra di noi, Cesare Malfatti è quello che ha effettuato un percorso spirituale vero e proprio. Ci piacevano inoltre il suono esotico de "La Crus" e l'accezione femminile. La croce è un simbolo semplice, ma con una forza incredibile.

Come nascono dunque i La Crus?
Nacquero anni fa da un' idea mia e di Alex Cremonesi. Cesare, nel suo studio di registrazione, ci faceva da fonico e poi è entrato a far parte del gruppo. Il tutto è sempre stato pensato come un progetto e non come una band, poiché nel discorso creativo si procede per stratificazione, sommando i vari elementi, creando un disco e solo in seguito si dà vita alla parte live, suonando nei concerti.

Se non fossi diventato cantante e musicista, cosa credi avresti fatto?
Be', nel 1987 ho frequentato la scuola del Piccolo Teatro, quindi, forse mi sarei dato alla recitazione. Mi piace molto il lavoro d'avanguardia, la ricerca. Come nella musica, come per noi o per gli Afterhours, si parte dalla sperimentazione per arrivare ad una comunicazione più fruibile.

Quindi meno ermetismo e più apertura verso il pubblico. Nelle vostre canzoni parlate spesso di Milano, tra l'amore e l'insofferenza per questa vostra città. Parlami del tuo rapporto con lei.
Milan l'è il gran Milan! E' troppo frenetica e molto "fighetta", ma, dopo aver girato parecchi posti, non mi sposterei altrove. Forse lo farei solo se facessi un altro lavoro. Qui succedono tante cose e, professionalmente parlando, consente di avere un sacco di occasioni. L'importante è coltivare le amicizie vere, quelle che ti danno la forza per continuare. Nel primo album "La Crus" si sentiva di più la tecnologia; il secondo, "Dentro me", era un disco formativo, un viaggio appunto all'interno di noi stessi. In "Crocevia" il viaggio è attraverso la musica italiana e si tratta di svariate tematiche,dall'amore alla guerra. L'idea era quella di partire da Milano per andare verso il mondo, portandovi quella milanesità degli anni'60 a Brera. Nell'ultimo album, "Ogni cosa che vedo", si avvertono maggiormente la nostalgia e la malinconia che questa città fa affiorare in certi particolari momenti, come in "Milano, estate 2002" e "Milano, autunno 2002".

Ma secondo te è possibile fare l'eremita a Milano?
Io l'ho fatto per un periodo. Certo non nel vero senso del termine... E' una città dura, che ti porta al confronto con tante cose ed ero racchiuso in una condizione esistenziale tutta mia. Poi, nel ritorno alla realtà standard, si avverte il contraccolpo.

Come mai, a chiusura di "Crocevia", avete scelto "Ricordare", brano di Ennio Morricone, tratto dal film di Tornatore "Una pura formalità" e cantato da Gerard Depardieu?

E' un film straordinario e Morricone rappresenta la musica italiana colta nel mondo. Per l'album di cover abbiamo scelto di rifare canzoni di autori italiani, che hanno lasciato il segno, come lo stacco punk di "Annarella" dei CCCP o il pezzo di Alan Sorrenti, vere pietre miliari.

Joe, sei in grado di amare?
Segue uno sguardo tra l'impietrito e la gratitudine per avergli posto questa domanda.
Puoi avvalerti della facoltà di non rispondere...

Amare significa avere Amore per il mondo, per quello che ci sta attorno, gioire delle piccole cose. Sì, credo di essere in grado di amare.

E da qui prendono il via discorsi sulla sua storia di vita e sulla mia, di un'intensità tale da non poter trovare degne parole mortali. Basta indossar una giacca nuova ed entrar in un'altra fase dell'esistenza, senza smettere di pensare alla musica che risuona in ognuno di noi e che ci fa risplendere in un immenso abbraccio alla vita, per perdersi in un dolce sorriso. Dobbiamo essere come l'acqua, trasparenti e scorrere, sperimentare molte forme, mantenendo intatta la nostra intima essenza.

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