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Jackie Brown di Quentin Tarantino (Usa, 1998) con Pam Grier, Samuel L.Jackson, Robert Forster, Bridget Fonda, Robert De Niro
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Sessista, compiacente, presuntuoso, maschilista, misogino, cinico, razzista. Troppo facile scagliare anatemi contro Quentin Tarantino, artefice (anche stavolta) dei dialoghi più convenzionali ed ipocriti sugli "american niggers", ma anche del più bel personaggio femminile (Jackie Brown) del cinema dai tempi di Gloria di Cassavetes con Gena Rowlands. Inutile rivendicare la (fatale?) omissione del grand-guignol ("Ci manca la sua cattiva reputazione", dissero recentemente di Jane Champion) a favore della minuziosa prolissità narrativa, o dell'ossessione per i tempi lunghi e dilatati e per la voyeuristica fissità delle immagini Provocatoriamente ad essere citato in causa è un "soggetto", forse il primo di cui si è occupato Tarantino in sei anni di carriera. Esule dai clichées del pulp, e da una serie di sceneggiature a volte interessanti (Natural Born Killers, Killing Zoe), a volte grottesche (Dal tramonto all'alba), il più celebrato regista indipendente torna al pubblico con un'opera controversa e affascinante, vagamente glamour nello spirito, atta a giustificare sia entusiasmi che critiche. Eppure, i detrattori dell'ultima ora, che accusano il suo cinema di parodiare se stesso (sic!), dovrebbero avere diversi elementi per credere esattamente il contrario: se per la prima volta la misoginia dell'autore è messa in discussione dalla forte personalità della protagonista (charmant e cool quanto basta, la carica erotica di Pam Grier-Jackie Brown, eroina di film anni Settanta, diverge nettamente dal calore "sgualdrinesco" e malizioso di Bridget Fonda- Melanie-Fonda), la Fonda non è (più) una pallida copia di Jamie Lee Curtis, ma si trasforma in una lolitesca (anche se stagionata) Dominque Swain in (temporanea) vacanza dai set di Adrian Lyne. Dai movimenti sinuosi del suo splendido corpo - finalmente valorizzato - all'ingenuo dejà vu dei suoi trip, Bridget è perfetta nella parte.
Nondimeno, ribaltando il buddy-movie tradizionale, Tarantino affida l'intero film a Samuel L. Jackson, che con la sua presenza istrionica oscura un De Niro imbolsito e scialbo nel ruolo di Louis Gara. E'abbastanza raro vedere un attore di colore soppiantare una star come De Niro (a meno che non ci sia lo zampino di Spike Lee) e potremmo a lungo discutere se si tratta di convinzioni personali o di semplice attacco allo star-system hollywoodiano più in voga. Ma Jackson - codino fallico e pizzetto assassino - è sempre straordinario, costruisce il suo personaggio con un carisma che tanti Leonardo Di Caprio-di-gommapiuma possono scordarsi: se a tratti sfiora la gigioneria, risulta paradossalmente più "sobrio"di quanto sembri in un primo momento: per quanto i suoi personaggi siano spesso negativi, riesce, proprio come un James Cagney di Harlem, a sensibilizzare il pubblico sul loro fallimento, sull'inettitudine della loro esistenza. Dal canto suo, Tarantino dà ancora una lezione immensa di regia: non si prefigge veri obiettivi ma il suo è "cinema puro", tanto "falso" quanto dannatamente reale: se non gli riesce di raccontare una love-story in modo adeguato, fa ricorso (e che male c'è?) ai suoi virtuosismi tecnici e alla sua "visione delle cose": ma per quanto la castità sia un optional in questi individui disillusi e spaventati dalla loro inevitabile maturità, in quel fermo immagine di Max-Robert Forster) quando attende e osserva Jackie Brown uscire dal carcere e venirgli incontro (come se percorresse centinaia di metri) c'è più eros che in qualsiasi film hardcore. E non è forse memorabile quel "black out galeotto" nella casa di Jackie durante la visita (apparentemente fatale) di Robbie? Che dire, infine, della sequenza in flashback dello scambio di borse, diretta come una sorta di digressione oggettiva (tempo-luogo-azione) e soggettiva (personaggi) di Rashomon made in L.A.? Certamente, restano dei dubbi sulle reali capacità dell'autore di descrivere le problematiche della società Usa, dalla diffusione di armi illegali al difficile rapporto con le minoranze etniche: che il trait d'union (culturale e psicologico) tra bianchi e neri possa essere un gruppo pop-soul mi sembra quantomeno superficiale e fatalista. Però Jackie Brown è davvero il primo passo concreto di un cineasta che, senza negare nulla della sua abilità visiva, riscatta il narcisismo e le velleità nella fluidità di un semplice thriller. Tutt'altro che un divertissiment, come ha impropriamente detto qualcuno. E'un rischio calcolato: come Scorsese, Lynch, Coppola, Altman, Cimino, è sulla strada per farsi immolare da "insospettabili nemici". Per fortuna sua e nostra. luca d'antiga |
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