interviste



Harvey Keitel: Dostojesvkji a Brooklin


Newyorkese di origini rumene, Harvey Keitel negli ultimi anni, soprattutto dopo Lezioni di piano, è divenuto uno dei più apprezzati attori americani. Amato dal pubblico femminile, sebbene non lo si possa proprio definire bello, ammirato dai cinefili, giovani e meno, per le sue interpretazioni in film ormai di culto, è sicuramente un interprete eclettico e interessante. Una lunghissima filmografia, la sua, da Mean streets o Taxi Driver di Scorsese a Thelma e Louise, Il cattivo tenente di Ferrara e Bugsy, passando per Le Iene, Pulp fiction e Smoke, fino alla Palma d'oro de L'eternità e un giorno di Theo Angelopoulos. Keitel ha inaugurato gli incontri di Adriatico Festival con una conferenza sul tema dell'eroe buono, il personaggio letterario - cinematografico con un che di divino e noi ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda. L'incontro era condotto da Marco Bellocchio con cui l'attore ha in progetto una versione del shakespeariano Il mercante di Venezia.

Molti attori vogliono interpretare il ruolo di Cristo, ci pensa anche lei?
Certo, lo faccio tutti i giorni.

Sappiamo che Dostojevskji è una sua costante fonte di ispirazione
Anni fa mi sentivo fallire se non riuscivo ad interpretare al meglio un romanzo, così ho deciso di lavorare cercando di leggere il più possibile e di reinterpretare tutto dentro di me. Questo metodo era valido allora con Dostojevskji e lo è ora che mi sto preparando a lavorare con Bellocchio. Il mio primo approccio con lo scrittore russo avvenne invece molti anni fa. All'inizio della carriera attraversai momenti di difficoltà. Leggendo L'idiota, I fratelli Karamazov ed altri romanzi di Dostojevskji ritrovai l'ispirazione, per me fu come leggere la Bibbia. A proposito, esiste un libro, non so se sia stato tradotto in Italia, The book of J, di un autore che non ricordo, uscito 10 - 12 anni fa negli Usa, che consiglio alle donne ed a chi ha paura delle donne. La tesi di base è che la Bibbia sia in gran parte stata scritta da una donna.

Come è stata la sua formazione di attore?


Ho letto sull'Herald Tribune che Anghelopoulos, dopo aver parlato molto bene di me, ha sostenuto che ho un metodo molto difficile, che mi impegna molto. In realtà sono stato fortunato ad aver incontrato gente in gamba, ad aver studiato con grandi personaggi come la Adler, Strasberg o Kazan, che hanno fatto teatro e fatto cinema. Hanno introdotto concetti nuovi per il teatro applicando Stanislavskji, hanno rivoluzionato tutto: l'attore sul palcoscenico deve sperimentare le emozioni, non limitarsi ad indicarle. Tantissimi anni fa, ero appena uscito dai marines, vidi Uno sguardo dal ponte da Arthur Miller in una maniera che non avevo mai visto e che non pensavo neppure che si potesse fare. Questo mi ha molto impressionato e condizionato anche in seguito.

Come è stato lavorare con Anghelopoulos, esponente di un altro modo di fare cinema, con esperienze molto differenti alle spalle?
Posso dire che mi ha già chiesto di girare con lui anche il prossimo film. Siamo andati molto d'accordo, è stato molto semplice lavorare insieme, del resto bisogna essere tolleranti, aperti verso esperienze diverse. Non c'è un solo metodo, dipende da cosa funziona con persone diverse.

Come costruisce il conflitto interno in un personaggio "buono"?
Non conosco nessun bene senza conflitto, io cerco di basarmi su quello che vivo, quello che vedo ogni giorno. L'ultima tentazione di Cristo è divenuta una pietra miliare nella mia vita, appena l'ho letta. Penso che il superamento dei conflitti, sia "giungere all'unità": io non ci sono ancora arrivato e sono pieno di conflitti. Anche per attraversare la strada ho dei conflitti e penso che sia un bene.

Quanto ha influito la sua vicenda personale nella sua carriera di attore, anche in considerazione del cambiamento di ruoli avvenuto dopo Lezioni di piano?
In effetti c'è stata un'evoluzione, spero in avanti. Quanto allo scambio vita - arte è fatidico e necessario per un artista. Quand'ero bambino a Brooklin insieme a Diego Ferrini mi interessavano il pallone e giocare agli indiani, poi hanno cominciato ad interessarmi le ragazze, le donne, il biliardo. Così è stato anche nel lavoro.

Come un attore inizia la costruzione di un personaggio dopo aver accettato una sceneggiatura, un testo? E' un lavoro solitario o con il regista?
Il punto di partenza è il testo. Quando si ha a che fare con testi stimolanti, avvengono dentro molte cose insieme. Io lavoro sul testo, lo analizzo ed il personaggio comincia a venire fuori. Bisogna scoprire come mangia, come si muove, come ama il personaggio. E' come fare i compiti a casa: nella stanza, da soli, bisogna ricreare le emozioni che il personaggio vive, per poi portarle all'esterno quando inizia il lavoro con il regista e con gli altri attori. Un attore lavora molto da solo, per esempio sto già dandomi da fare con Il mercante di Venezia anche se è ancora presto.

E il lavoro con Tarantino per Le iene?
Quando Tarantino fece il cast si ritrovò con sei attori per le parti principali, sei individualisti con modi differenti di lavorare. Con grande capacità e pazienza, Tarantino ci ha messi insieme, ha fatto sì che ci tollerassimo. Non so come sia successo, anche se va ricordato che Tarantino ha studiato da attore, ma alla fine riusciva a soddisfare le esigenze di ciascuno. Durante le prove c'erano attori che non volevano provare, non ne avevano le capacità, non avevano l'abitudine alle prove. Pian piano li abbiamo convinti, come in teatro abbiamo chiesto prove supplementari alla produzione. Un giorno un attore molto alto, molto più alto di me, mi viene molto vicino: "Harvey alle volte vorrei baciarti. Harvey, alle volte vorrei darti un pugno in faccia". "Anch'io provo lo stesso per te" ho risposto. Lavorando insieme siamo diventati amici. Provare è fondamentale. Bisogna accettarsi, saper dire "io non so fare questo" e lavorarci. Il lavoro con Elia Kazan è stato quello di scoprire l'esperienza del personaggio e scoprirsi a propria volta. I primi tempi è stato molto difficile.

Cosa è successo alla sua collaborazione con Martin Scorsese?
Martin ha fatto molto per il cinema, non do giudizi su di lui. La collaborazione è continuata anche se non facciano film insieme da L'ultima tentazione di Cristo nell'87. Egli fa quello che ritiene giusto e lo rispetto molto. Mi piacerebbe lavorare di nuovo con lui. L'ho conosciuto studiando alla New York University, ero un giovane attore che lavorava gratis perché era già gratificante lavorare. Martin cercava attori per il suo lavoro di fine corso, ho fatto il provino ed ho avuto il ruolo. Ricordo che abbiamo girato delle scene a casa sua, a Little Italy. La sera suo padre, rientrando dal lavoro senza sapere che stava succedendo in casa, si mise a urlare e ci cacciò fuori tutti. C'era sua madre che urlava contro il marito. Una vera scena da film!

Come mai è diventato attore?
E' successo, è stato un insieme di circostanze, non ricordo neppure quando mi sono accorto di voler fare l'attore. Sono cresciuto a Brooklin, in una famiglia di classe medio - bassa, diventare attore non è stato facile.

Vuol passare anche lei dietro la macchina da presa?
Sì, farò il regista, ma solo fra qualche anno. Prima devo trovare un bravissimo direttore della fotografia che riesca a farmi apparire bello.

Come vede Bergman, un altro grande conoscitore dell'animo umano?
Il mio primo ricordo risale ai tempi della scuola, prima che mi cacciassero ancora ragazzo. Non ero bravo in classe, ma si potevano avere dei bonus andando a vedere dei film stranieri. Così con un amico bigiai la scuola e andai a vedere Come uno specchio con due ragazze. Durante la prioezione le due ragazze si sono scusate con noi, sono uscite e non son più rientrate. E' questo che ricordo di più di Bergman.
Scherzi a parte, Bergman è stato molto importante, i suoi lavori sono stati fondamentali per me.

Che differenze ha trovato tra fare l'attore con Jane Campion o con Spike Lee o Scorsese?
E' più una questione di carattere che di stili. Con Lee ho fatto un solo film ma intenso, con Scorsese una vita intera, la Campion la conosco da meno anni ma anche con lei è stata un'esperienza importante, perché è una donna molto forte, che farà ancora cose molto profonde. Dovrei girare un nuovo film con lei, spero che il progetto si realizzi.

Ci sono attori che scelgono sempre ruoli simili, altri, come, lei, variano molto.
Non mi penso come attore, di solito. Mi sento una persona che sperimenta le cose. Quando vedo un Van Gogh vorrei entrarci, sono le emozioni, l'esperienza che mi muovono.

Le iene sembra teatro, nel senso positivo di cinema teatrale.
Tarantino ha iniziato in teatro, ha studiato Stanislavskji, la sua origine è quella. Ricordo che ebbi il copione da una collega dell'Actor's. Mi sembrò subito un pezzodi teatro, ed in effetti volevamo farne uno spettacolo teatrale, soltanto non avevamo i soldi necessari. Quentin è un talento unico ed il tempo lo sta dimostrando. Quanto a me, il teatro è così importanteche quando sono vicino ad un teatro, come accade spesso a Londra, mi sento bene, provo una sensazione di meraviglia. Di recente sono passato vicino ad un teatro ove ho recitato circa vent'anni fa: ho voluto entrare per ritrovare quelle sensazioni.
All'inizio dei tempi, uomini e donne molto saggi iniziarono a danzare intorno alle pietre, poi aggiunsero le parole alle danze, aggiunsero un palcoscenico, i contrasti fra i personaggi e nacque il teatro. Ci farebbe solo bene tornare di più al teatro. Il conflitto è fra cinema commerciale e teatro, non fra teatro e cinema vero che sono la stessa cosa, perché sono arte e raccontano storie. Nel teatro c'è per me qualcosa di religioso, ma questa sensazione la avverto anche vedendo un bel film. Vorrei incoraggiare i giovani autori a fare il loro teatro, il loro cinema. Le loro storie sono importanti e sono quello di cui tutti abbiamo bisogno. Mettetevi insieme con i vostri amici, fate teatro, fate cinema, è molto importante per tutti noi.

Qual è il film o il regista con cui ha lavorato che ricorda con maggior affetto?
Ho fatto così tanti film con così tanti registi che con riesco a sceglierne uno. Non vedo l'ora di lavorare con Bellocchio. Mi consigliò di lavorare con lui già Laura Betti una ventina d'anni fa.

Leonardo Pieraccioni ha parlato di un suo coinvolgimento anche nel progetto S. Gennaro Superstar
Ne ha parlato il mio agente, non so ancora bene perché è un progetto nuovo. Pieraccioni è uno che apprezzo e mi piacerebbe lavorare ancora con lui. Sul set de Il mio west di Giovanni Veronesi mi sono trovato bene e mi sono divertito.

Che consigli darebbe ad un giovane attore?
Un attore deve trovare lavoro nel modo che può, riuscire a farsi trovare al momento giusto. Agli inizio mandavo foto e curriculum per tutta New York alla ricerca di una parte: l'unica cosa vera su quei curriculum era il mio nome. Un attore prova anche momenti di solitudine, al riguardo consiglio di leggere Lettera a un giovane poeta di Rilke, ma bisogna superarli. Il mio vangelo è: "Se riveli quello che hai dentro di te ti salverai, se non lo riveli ti distruggerà".

Come è stato il lavoro sul personaggio di Lulu on the bridge di Paul Auster, primo film di uno scrittore?
E' difficile per me parlare dei personaggi che ho recitato così come dei registi. Mi sembrerebbe di violare qualcosa perché sono cose molto personali che servono a dare il meglio nel lavoro.

E la rinuncia al ruolo di protagonista in Apocalypse Now? Non ha rimpianti?
E' acqua passata, oggi non accadrebbe più . Coppola è un grande regista.

nicola falcinella

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