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i film
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Drammatico Durata 140 min.
La vicenda ripercorre la vera storia di
Christine Collins, un’impiegata di un centralino telefonico nella Los
Angeles del 1928. Rincasando dal lavoro Il dramma si accresce quando, cinque mesi
dopo, la polizia più sanguinaria e corrotta che la
città di Los Angeles abbia mai avuto, per risolvere la questione con
la cittadinanza e dimostrarsi efficiente, le riporta un bambino che non
è il suo, chiudendo così il caso. La donna, che rifiuta di riconoscere il
bambino come suo figlio, viene accusata prima di non essere in grado di
ragionare lucidamente a causa dello shock e tacciata per pazza poi ma non si dà
per vinta e, grazie all’appoggio del reverendo Gustav Briegleb (John Malkovich), da sempre impegnato a
denunciare i soprusi della polizia, si batte affinché vengano riprese
le ricerche. Caso vuole che in Italia il film sia uscito
proprio in contemporanea con la sentenza di assoluzione dei poliziotti
coinvolti nelle vicende della scuola Diaz durante i disordini del G8 di
Genova, il che lo rende quanto mai attuale. Il film rivela ancora una volta tutti i
pregi ed i difetti della regia di Clint Eastwood: innanzi tutto la sua
attenzione nella scelta delle sceneggiature, storie di forte impatto, di
abusi sui minori, di prevaricazioni sociali, di drammi profondi a cui
è impossibile non appassionarsi. Un film perfettamente confezionato
nella scelta del soggetto, nelle scene, nei costumi, nella fotografia.
Insomma, quando si decide di andare a vedere un film di Clint Eastwood si sa
già cosa aspettarsi e non c’è pericolo di restare
sorpresi: un dramma strappalacrime in perfetto stile Hollywood. Ciò che piace meno è questo didascalismo non tanto nella morale di cui Eastwood si fa
portavoce, quanto più nel suo approccio tecnico al materiale filmico:
la narrazione segue a tal punto le regole di composizione filmiche, che
è possibile prevedere in anticipo la scena successiva, persino il
taglio dell’inquadratura e l’intero film si risolve in un
susseguirsi di cliché, di scene oramai istituzionalizzate,
stereotipate. Poco male se ciò che si cerca sono due ore di puro svago
e il racconto di storie avvincenti ma non cercate qualcosa di originale o
sorprendente. Come i precedenti film di Eastwood, inoltre,
il film si rivela prolisso nella parte finale: come se soffrisse di ansia da
distacco, la narrazione vuole mostrarci proprio tutto e continua a sciorinare
stereotipi, rifacendo, in particolare, la straziante scena di impiccagione di
Bjork in “Dancer in the Dark” (di Lars Von Trier, Danimarca 2000)
che risulta qui non solo pleonastica ma già vista. Il lavoro di regia maggiore avviene a
livello illuministico e musicale: l’intero film lotta tra verità
ed impenetrabilità. La fotografia avvolge nel buio le scene ammantate
di mistero, lasciando i volti illuminati solo per metà ma quando le
verità cominciano a venire a galla il chiaro-scuro si fa meno netto e
le ombre acquistano le sfumature del grigio, rivelando i volti. Così
pure le musiche (curate dallo stesso Eastwood) sono ridotte
all’essenziale, epurate, stilizzate in una sorta di bianco e nero
musicale: l’unica linea melodica che accompagna le immagini è
data da un bell’arrangiamento per pianoforte delle quattro note
principali di “Que Reste-t-il de Nos Amours” di
Charles Trenet che si rivela particolarmente
evocativo e che incontra le note più acute della tastiera, in uno
slancio ottimistico, nelle scene più speranzose. Colpo di genio: scelta particolarmente
azzeccata è quella di aprire il film con il vecchio logo della
Paramount con quel sapore un po’ nostalgico e antico che ci cala
immediatamente nella Hollywood anni ’20.
Ilaria Baffa
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