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Changeling

di Clint Eastwood (USA, 2008)
con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner

Drammatico

Durata 140 min.

 

Clint Eastwood torna ancora una volta alla regia con una storia di abusi, di prevaricazioni, di drammi sociali.

La vicenda ripercorre la vera storia di Christine Collins, un’impiegata di un centralino telefonico nella Los Angeles del 1928.

Rincasando dal lavoro la Collins si trova di fronte alla tragica scoperta della scomparsa di suo figlio Walter.

Il dramma si accresce quando, cinque mesi dopo, la polizia più sanguinaria e corrotta che la città di Los Angeles abbia mai avuto, per risolvere la questione con la cittadinanza e dimostrarsi efficiente, le riporta un bambino che non è il suo, chiudendo così il caso.

La donna, che rifiuta di riconoscere il bambino come suo figlio, viene accusata prima di non essere in grado di ragionare lucidamente a causa dello shock e tacciata per  pazza poi ma non si dà per vinta e, grazie all’appoggio del reverendo Gustav Briegleb (John Malkovich), da sempre impegnato a denunciare i soprusi della polizia, si batte affinché vengano riprese le ricerche.

Caso vuole che in Italia il film sia uscito proprio in contemporanea con la sentenza di assoluzione dei poliziotti coinvolti nelle vicende della scuola Diaz durante i disordini del G8 di Genova, il che lo rende quanto mai attuale.

Il film rivela ancora una volta tutti i pregi ed i difetti della regia di Clint Eastwood: innanzi tutto la sua attenzione nella scelta delle sceneggiature, storie di forte impatto, di abusi sui minori, di prevaricazioni sociali, di drammi profondi a cui è impossibile non appassionarsi. Un film perfettamente confezionato nella scelta del soggetto, nelle scene, nei costumi, nella fotografia. Insomma, quando si decide di andare a vedere un film di Clint Eastwood si sa già cosa aspettarsi e non c’è pericolo di restare sorpresi: un dramma strappalacrime in perfetto stile Hollywood.

Ciò che piace meno è questo didascalismo non tanto nella morale di cui Eastwood si fa portavoce, quanto più nel suo approccio tecnico al materiale filmico: la narrazione segue a tal punto le regole di composizione filmiche, che è possibile prevedere in anticipo la scena successiva, persino il taglio dell’inquadratura e l’intero film si risolve in un susseguirsi di cliché, di scene oramai istituzionalizzate, stereotipate. Poco male se ciò che si cerca sono due ore di puro svago e il racconto di storie avvincenti ma non cercate qualcosa di originale o sorprendente.

Come i precedenti film di Eastwood, inoltre, il film si rivela prolisso nella parte finale: come se soffrisse di ansia da distacco, la narrazione vuole mostrarci proprio tutto e continua a sciorinare stereotipi, rifacendo, in particolare, la straziante scena di impiccagione di Bjork in “Dancer in the Dark” (di Lars Von Trier, Danimarca 2000) che risulta qui non solo pleonastica ma già vista.

Il lavoro di regia maggiore avviene a livello illuministico e musicale: l’intero film lotta tra verità ed impenetrabilità. La fotografia avvolge nel buio le scene ammantate di mistero, lasciando i volti illuminati solo per metà ma quando le verità cominciano a venire a galla il chiaro-scuro si fa meno netto e le ombre acquistano le sfumature del grigio, rivelando i volti. Così pure le musiche (curate dallo stesso Eastwood) sono ridotte all’essenziale, epurate, stilizzate in una sorta di bianco e nero musicale: l’unica linea melodica che accompagna le immagini è data da un bell’arrangiamento per pianoforte delle quattro note principali di Que Reste-t-il de Nos Amours di Charles Trenet che si rivela particolarmente evocativo e che incontra le note più acute della tastiera, in uno slancio ottimistico, nelle scene più speranzose.

Colpo di genio: scelta particolarmente azzeccata è quella di aprire il film con il vecchio logo della Paramount con quel sapore un po’ nostalgico e antico che ci cala immediatamente nella Hollywood anni ’20.

                                                                                                                 

                                                                                                                                  Ilaria Baffa

 

 

 





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