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CESARE BASILE - Gran Cavalera Elettrica (Mescal)

Cantare della morte, di una donna, di un omicidio o di Nostro Signore, proprio come fa la vita, questo gran contenitore di cose semplici ed immense, magnifiche o trafiggenti, tuttavia sempre stupefacenti. Cesare Basile è un catanese meno noto di altri suoi concittadini rock, ma con la sua profondità potrebbe consumare le labbra ad un muro di baci. E fu lui ad aprire l'ultimo concerto dei Nirvana (a Roma?).
Il titolo dell'album trae spunto dall'illustrazione di Posada, in cui scheletri con enormi sombreri sobre la cabeza affrontano la quotidianità. Cavalera in spagnolo significa teschio, ma anche azzardato e qui ci troviamo di fronte ad un gioco osè, fatto di toni elettro-acusitci, atmosfere ironiche, tra il romantico ed il pulp. Puoi masticare la miseria nella comunità degli esclusi della splendida "A che serve lo zolfo", venir catturato dalla voce di Nada in "Senza sonno", sciancarti nel regno dei balocchi su "Waltz #4", assistere nell'"Orto degli ulivi" al duello tra Cristo e Giuda.
Il fascino di "Gran Cavalera elettrica", coprodotto con John Parish (anche alla chitarra elettrica, rhodes e organo) va oltre la musica, violenta le arterie, stravolge i pensieri. Al suo interno spaziano lo smarrimento, l'azzardo, il dolore, la pietà, la compassione, l'onore, il sacrificio e l'amore. "Pietra bianca", perché se ti resta una buona canzone va ancora bene. "Little bit of rain" di Fred Neil, perché a Cesare piace cantare canzoni d'amore come questa. Un altro addio. E l'Amore?

melissa mattiussi



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