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CAREY BELL - Good Luck Man (Alligator)
Come potete ammirare dalla copertina, Carey Bell Harrington non ha quel che si dice una bella dentatura. Delle due l'una: o ha trascurato le norme della prevenzione dentale o qualcuno gli ha fatto fuori quei due incisivi in una rissa, tanto tempo fa, in qualche localaccio di Memphis. In ogni caso, la cavità orale che si è così prodotta ha creato una ella cassa armonica per la sua harp. E la voce è decisamente più bella di quanto non sia la dentatura. Ma gente, questo non è uno spot della Pepsodent. Qui siamo davanti ad un album dove si respira ottimo blues. Perché il blues è qualcosa di eterno, e a risentirlo anche dopo anni di grunge, hip hop, acid jazz e trip hop e compagnia cantante, è sempre la musica dell'anima. Un disco che si scolpisce subito nel cuore, questo di Carey Bell. Che non è certo un ragazzino sprovveduto: ha imparato, dicono i credits, da giganti dell'armonica blues elettrificata come Little Walter, Big Walter Horton e Sonny Boy Williamson II, ha suonato nella Muddy Waters Band e nella Chicago Blues All-Stars (per volontà di Willie Dixon), suona regolarmente nella Muddy Waters Tribute Band e soffia ancora dentro lo strumento con la vitalità, questa sì, di un dodicenne. Onesto blues del Delta, intinto nell'elettricità di Chicago, secondo la collaudata ricetta di Mastro Muddy: come un treno che fila tra suggestioni swing (Going Back to Mississippi), rythm and blues (My Love Strikes Like Lightning) ed echi di New Orleans (I'm a Business Man), rallentando solo in alcune stazioni, per assecondare il battito del cuore con alcune gemme davvero splendide (Hard Working Woman, Teardrops), guidato da una crew come si deve, in cui giganteggiano il chitarrista bianco Steve Jacobs e il pianista Johnny "Fingers" Iguana. Un disco che molte band emergenti dovrebbero ascoltare, per capire come si suona davvero con l'anima. Un album pieno di passione, di humour e di sudore, dedicato ad una musica senza tempo, decisamente al di là di ogni moda passeggera. Che altro chiedere di più? paolo redaelli |
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